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Mutus Liber Associazione culturale
Edizioni Museodei by Hermatena - Museo Internazionale dei Tarocchi - Bologna Magica - Interculture
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MUTUS LIBER

COLLANA INTERCULTURE
Prospettive alternative ai problemi di oggi

«La sfida della pluralità è quella di costruire l’unità malgrado le differenze.
La sfida del pluralismo è quella di vivere l’armonia nelle differenze e a causa di esse»
(Robert Vachon)
Percorsi di guarigione - La cura nelle diverse tradizioni del mondo
Arrigo Chieregatti (a cura di)

Euro 15,00
Formato cm. 14,5 x 20,5 - Pag. 176
ISBN 978-88-97371-68-7

Nel presente libro presentiamo alcuni percorsi di cura che, da una parte, aiutano a capire meglio l’odierna medicina convenzionale, e dall’altra ci mettono in relazione con universi culturali altri che ci stimolano ad allargare i nostri orizzonti ancor troppo provinciali.

Indice


Prefazione Luigi Arnaboldi
L’energia che guarisce Arrigo Chieregatti
Verso un’antropologia della guarigione Omaggio a Richard Grossinger Mary Stark
La salute come responsabilità personale. No, grazie! Ivan Illich
La musica del polso Samar Farage
L’atteggiamento verso la malattia in Africa nera Antoine Sibomana
La guarigione miracolo Lomomba Emongo
Ammalarsi e guarire nella valle del Savio Riflessioni psicologiche ed etnocliniche Federica Stortoni
La trance curativa nel setting esorcistico Silvana Radoani
Tra terra e cielo Angelo Antonio Fierro

L’articolo di Arrigo Chieregatti ci introduce nel tema. A partire dall’episodio del Vangelo in cui Gesù si accorge di un’energia che è uscita da lui perché qualcuno l’ha toccato (Mc 5,25-34), l’autore descrive la forza guaritrice di questa energia così com’è narrata nel Nuovo Testamento. Inoltre, partendo dall’episodio del Vangelo del cieco nato, dimostra come Gesù abbia smontato definitivamente la concezione che la malattia sia frutto del peccato: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori» (Gv 9,3). Infine entra in un dialogo tra cristianesimo e buddhismo sull’energia guaritrice, per una mutua fecondazione tra le due esperienze spirituali. A seguire, tre articoli aiutano a formarsi una visione critica dell’attuale medicina convenzionale. Mary Stark presenta il libro di Richard Grossinger La medicina del pianeta. L’autrice si identifica con il suo approccio di antropologia medica che non solo è un’antropologia della guarigione ma guarisce anche l’antropologia aprendola alla sua dimensione olistica. Grossinger critica la medicina occidentale perché non si autodefinisce più come l’arte del guarire e perché non legge più la malattia come un «disordine sul piano dello spirito e del senso». Di particolare rilievo sono le sue osservazioni sul rapporto tra medicina e cultura, che evidenziano che ogni medicina è dipendente dalla cultura in cui si origina. Per esempio, la medicina occidentale è una etnomedicina che ingloba in sé tutti i miti dell’Occidente. Grossinger comunque mette in guardia dall’esaltazione romantica del primitivo e critica anche l’espropriazione occidentale delle medicine di altre culture, perché possono essere praticate senza conoscere il loro contesto culturale originario. Per esempio, l’agopuntura in molti casi è ridotta a una tecnica puramente meccanica.
Nel suo testo, Ivan Illich rifiuta l’etica della responsabilità della propria salute che il sistema ci impone. È infatti una pura illusione perché, guardando la realtà a partire dai miseri di questa terra, è accessibile solo a chi ha i soldi per accedere alle cure mediche o per rifugiarsi in luoghi più protetti dall’inquinamento. Inoltre trasmette l’assuefazione allo stato di una realtà che genera malattie piuttosto che la ribellione. In un contesto in cui sia la salute sia la responsabilità sono state rese impraticabili, per Illich l’unica alternativa è la pratica dell’askesis, cioè la rinuncia a quelle certezze che fondano la visione occidentale contemporanea. Il contributo di Samar Farage evidenzia i cambiamenti avvenuti nella medicina attraverso la descrizione di come il polso sia stato usato per l’analisi dei pazienti lungo i secoli. La tradizione galenica stabiliva una diagnosi a partire dal polso, che il medico tastava con le proprie dita. Oggi invece la medicina si affida alla mediazione di strumenti che forniscono dati numerici, come nel caso dell’elettrocardiogramma. Questo passaggio indica tre cambiamenti avvenuti nella medicina: (1) il senso visivo ha la prevalenza sul tatto, e così non c’è più contatto diretto col paziente; (2) la relazione paziente/medico diventa di tipo diagnostico, e si smarrisce la dimensione etica del rapporto; (3) la malattia è percepita come esterna, e si sminuiscono i fattori interni al soggetto. A partire da questo stravolgimento nasce l’attuale concetto di corpo come entità clinica solida, cioè un corpo senza vita. In questo modo è andata persa quella che Illich definisce proporzionalità: la giusta misura sia per quanto riguarda la natura dell’essere umano, sia a livello di ordine cosmico.
Due articoli ci offrono il punto di vista africano. L’articolo di Antoine Sibomana descrive l’approccio alla malattia e alla cura in Ruanda. Emerge, tra l’altro, una diversa sottolineatura della dimensione comunitaria: sono curati anche i familiari e i vicini perché la malattia coinvolge la persona ammalata nella sua interezza, e quindi anche l’armonia o gli squilibri del mondo in cui vive. Inoltre è tutta la famiglia che va in ospedale assieme al malato.
Lomomba Emongo, narrando il caso specifico di una donna, illustra la guarigione-miracolo così com’è praticata nelle chiese indipendenti o sette in Africa. In particolare sottolinea come questi riti di guarigione, nonostante una facciata africanizzante, siano ancora nel solco della tradizione cristiana esportata in Africa. Siamo quindi ancora ben lontani da un’acculturazione del messaggio evangelico, soprattutto perché le tradizioni locali sono ancora viste come regno delle tenebre. Eppure, alla luce di un’analisi più attenta, esse confluiscono nei riti di guarigione dove il Dio della Bibbia diventa il correlativo degli antenati.
I migranti che vivono tra noi a volte si ammalano. Descrivendo la loro malattia può capitare che evochino cause misteriose. Sappiamo che oggi non è più possibile liquidare queste teorie sul male e sulla malattia come superstizioni, perché significherebbe precludere a queste persone la possibilità di esprimere il loro immaginario culturale (e da qui il passo verso la loro disumanizzazione sarebbe breve: li etichetteremmo come selvaggi, una forma non poi tanto velata di razzismo).
Inoltre, in alcuni casi gli operatori sanitari non riescono a classificare le malattie in questione perché sfuggono alle classiche categorie occidentali, quali schizofrenia o psicosi. Alla luce degli studi attuali, soprattutto di etnopsichiatria, si è iniziato a muovere i primi passi per un approccio più equilibrato. Gli articoli di Stortoni e Radoani entrano nella questione, affrontandola però a partire dal contesto italiano.
Federica Stortoni descrive la storia etnoclinica di un giovane romagnolo che dall’infanzia è malato senza che la medicina convenzionale riesca a guarirlo. Per scoprire la natura profonda di quel malessere, i genitori intraprendono un percorso che coinvolge anche pratiche tradizionali ed esorcismo. L’autrice, psicologa clinica e psicoterapeuta, sulla scia dell’attuale approccio dell’etnopsichiatria, non liquida questi approcci come magici e superstiziosi, ma si addentra in un’analisi dettagliata di tutte le loro zone oscure e apparentemente insensate. In particolare rileva come ancor oggi in Italia (in Romagna, in questo caso) la malattia sia affrontata mischiando tra loro i livelli della medicina scientifica, della religione e delle pratiche tradizionali. Questo politeismo terapeutico ha da essere preso in considerazione, distinguendo (puntualizza Stortoni) «l’alterità psichica dall’alterità culturale» e cercando di comprendere «la complessa articolazione tra queste due dimensioni». L’articolo di Silvana Radoani non intende entrare nel merito degli aspetti teologici collegati con l’esorcismo, né si propone di analizzare le sue origini e manifestazioni. L’autrice si concentra solo su di uno scenario clinico delle pratiche esorcistiche, la trance, e valuta i suoi poteri curativi. La trance, definita come stati modificati di coscienza, è presente nelle varie forme di esorcismo di tutte le culture ed è simile all’ipnosi. La sua dettagliata analisi secondo le attuali conoscenze scientifiche fa emergere una tale complessità che porta l’autrice all’epoché (sospensione di giudizio). In ogni caso la trance rivela la sua spiccata dimensione comunitaria: il soggetto vi si abbandona perché attorniato da una comunità che lo sostiene e soprattutto non lo giudica. L’autrice riconosce comunque che alcune possessioni possono essere indotte (dal soggetto o da esterni). Elenca poi alcuni disturbi della personalità che richiedono invece un intervento medico specialistico. Inoltre è necessario continuare a fare revisioni della diagnosi perché potrebbe non corrispondere più alla realtà. In tutti questi casi non è più un rito liberatorio ma un condizionamento. Concludendo, Radoani afferma che il rito «ha dimostrato il profondo effetto, sia negativo che positivo, che questo ha sullo stato di salute di un individuo». In sintesi, l’autrice trova dei paralleli tra esorcismo e psicoterapia (vedi l’Ombra per Jung), ma è cosciente che ci sono ancora tanti aspetti che necessitano di essere chiariti, tenendo comunque sempre presente lo specifico delle diverse manifestazioni in ogni cultura. Il libro si conclude ponendo la domanda che l’attuale rincorsa al prolungamento della vita vorrebbe sfuggire: Qual è il senso della morte? Angelo Antonio Fierro raccoglie la sfida e offre le sue risposte, a partire dalla realtà delle due porte, quella della nascita e quella della morte. Presenta poi la malattia come una scala a sette pioli: (1) punizione, (2) maledizione, (3) ostacolo, (4) opportunità, (5) prova, (6) benedizione, (7) redenzione. Il momento centrale è quello dell’opportunità: da lì si decide se scendere la scala fin verso la punizione o di risalirla per raggiungere persino un nuovo punto di partenza per la vita. L’autore inoltre puntualizza che la ricerca delle cause della malattia deve essere olistica. Si dovranno considerare persino le parole, perché anch’esse generano malattie. Si dovrà tener conto anche della nostra storia personale, perché «la nostra biografia è una malattia condensata». Una volta terminata la diagnosi resta comunque fondamentale per la guarigione trovare una risposta alla domanda Perché guarire? Fierro descrive dunque una medicina qualitativa che vada oltre il tempo e lo spazio e non si riduca a produrre salute. Per raggiungere tale obiettivo c’è da ritornare alla natura, come, per esempio, ai ritmi cosmici delle stagioni che la cultura agricola ben conosceva. C’è da tornare a quell’esperienza unica che è dormire sotto le stelle, per rendersi conto che anche nel buio c’è la luce.

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